E' noto che una delle funzioni principali della moneta è quella di fungere da mezzo di scambio universale. Come corollario e conseguenza un'altra funzione fondamentale è quella di essere misura del valore di ogni altro bene.
In un mondo in cui l'informazione è molto difficile da ottenere e, ove ottenibile, lo è a caro prezzo, la moneta ha rappresentato un modo molto efficiente per regolare gli scambi economici.
Qualsiasi bene di cui una persona ritiene di potersi alienare è potenzialmente scambiabile con una certa quantità di denaro, mediante il quale è possibile procurarsi i beni di cui si ha necessità.
Il fatto che l'alienazione non dovesse più necessariamente coincidere temporalmente con l'acquisizione del bene finale cui si è interessati, ha comportato lo sviluppo di un'ulteriore funzione della moneta, quella di riserva di valore.
Ma è ancora questo il mondo in cui viviamo? Evidentemente no. Rispetto a soli 20 anni fa l'informazione oggi è disponibile in quantità infinitamente superiore ed è fruibile e producibile a costi infinitamente inferiori.
Ma se la moneta è nata come risposta al problema dell'estrema scarsità e costo dell'informazione, è possibile che una mutazione così drastica nelle possibilità di circolazione e creazione delle informazioni possa non avere alcun effetto sul ruolo che la moneta dovrebbe avere in un sistema economico efficiente? E' possibile, ma da un punto di vista razionale mi sembra molto poco probabile.
E' razionale al decrescere dei vincoli informativi, e se si fino a quando, che lo scambio tra due beni debba dipendere dalla disponibilità di un terzo bene? E che gli scambi avvengano ad un prezzo medio per ciascun bene espresso in quantità di moneta, invece che al prezzo puntuale rappresentato dall'interesse che due specifiche persone hanno di scambiarsi due particolari beni con una determinata disponibilità temporale?
Tralasciando il fattore temporale della disponibilità che può agire allo stesso modo in tutti e due gli scenari, In un mondo con n beni ed m persone la presenza della moneta tendere, in equilibrio, a creare n prezzi, mentre l'assenza della moneta, quindi un sistema di baratto, tenderebbe potenzialmente a creare (n-1)^2 * (m-1)^2 prezzi.
In assenza di vincoli informativi, è facile immaginare quale dei due sistemi di prezzo potrebbe portare ad una maggiore utilità totale per gli appartenenti al sistema economico.
Così come è facile immaginare che una diminuita importanza della moneta come mezzo di scambio e misura del valore porterebbe anche alla ridefinizione del suo ruolo come riserva di valore. Sarebbe ancora razionale considerare la moneta il bene fondamentale da usare come riserva di valore? E se si, potrebbe esserlo mantenendo l'attuale natura preponderantemente scritturale o non dovrebbe tornare nella direzione di un maggiore valore intrinseco?
Tutte domande a cui mi piacerebbe poter dare una risposta non dogmatica.
sabato 8 giugno 2013
sabato 11 maggio 2013
E' veramente efficiente incentivare il controesodo dei "cervelli"?
Mi piacerebbe avere la possibilità di fare o sponsorizzare una ricerca sul tema della relazione tra efficienza e efficacia dell'azione politica e complessità dell'organizzazione sociale ed economica di una società.
La ricerca partirebbe dall'individuare due scale comparabili da 1 a 100.
Su una scala si misurerà la produttività della classe politica in termini di capacità di dare soluzione rapida a problemi complessi. 100 significa la capacità di dare soluzione con la massima rapidità a problemi della massima complessità.
Sull'altra scala si misurerà la complessità della organizzazione sociale economica in termini di multiculturalità della popolazione, di innovatività del contenuto della produzione e diffusione della conoscenza tra la popolazione. Qui 100 significherà il massimo dell'attrazione verso persone di tutte le provenienze, che collaborano con i locali per sostenere un'economia caratterizzata dal massimo contenuto di innovazione e di impiego di conoscenza diffusa.
Il postulato intermedio sarebbe che l'apporto della classe politica allo sviluppo della società è positivo in senso crescente solo quando l'indicatore comparato della produttività della classe politica supera l'indicatore comparato della complessità della società.
La teoria da dimostrare sarebbe che, vista la difficoltà e lentezza con cui si può ottenere un aumento della produttività e della qualità in generale della classe politica è efficiente e conveniente lasciar declinare la complessità della società, lasciando che le persone più qualificate e le produzione più avanzate tecnologicamente si spostino all'estero, in modo da accorciare il tempo necessario per raggiungere il break point in cui la classe politica è in grado di gestire il livello di complessità della società è può così incominciare a dare un apporto positivo anziché progressivamente distruttivo allo sviluppo della società.
La dimostrazione di questa teoria servirebbe a dimostrare che i programmi che incentivano il rientro dell'emigrazione qualificata andrebbero nel senso di ritardare anzichè velocizzare il processo di adeguamento della classe politica alla complessità della società e sarebbere destinati a fallire più o meno rapidamente, oltre che essere facilemte soggetti al fenomeno, devastante dal punto di vista dell'immagine del paese, del contro-contro esodo.
In altre parole, il futuro sviluppo della società potrebbe essere aiutato dal fatto che il lento progresso della classe politica sia coadiuvato da un più rapido declino iniziale della società e quindi della complessità dei problemi da affrontare, in attesa che il raggiungimento del punto di equilibrio faccia scattare un processo virtuoso di crescita interna e attrattività verso l'esterno altrimenti destinato ad allontanarsi sempre di più nel tempo.
La ricerca partirebbe dall'individuare due scale comparabili da 1 a 100.
Su una scala si misurerà la produttività della classe politica in termini di capacità di dare soluzione rapida a problemi complessi. 100 significa la capacità di dare soluzione con la massima rapidità a problemi della massima complessità.
Sull'altra scala si misurerà la complessità della organizzazione sociale economica in termini di multiculturalità della popolazione, di innovatività del contenuto della produzione e diffusione della conoscenza tra la popolazione. Qui 100 significherà il massimo dell'attrazione verso persone di tutte le provenienze, che collaborano con i locali per sostenere un'economia caratterizzata dal massimo contenuto di innovazione e di impiego di conoscenza diffusa.
Il postulato intermedio sarebbe che l'apporto della classe politica allo sviluppo della società è positivo in senso crescente solo quando l'indicatore comparato della produttività della classe politica supera l'indicatore comparato della complessità della società.
La teoria da dimostrare sarebbe che, vista la difficoltà e lentezza con cui si può ottenere un aumento della produttività e della qualità in generale della classe politica è efficiente e conveniente lasciar declinare la complessità della società, lasciando che le persone più qualificate e le produzione più avanzate tecnologicamente si spostino all'estero, in modo da accorciare il tempo necessario per raggiungere il break point in cui la classe politica è in grado di gestire il livello di complessità della società è può così incominciare a dare un apporto positivo anziché progressivamente distruttivo allo sviluppo della società.
La dimostrazione di questa teoria servirebbe a dimostrare che i programmi che incentivano il rientro dell'emigrazione qualificata andrebbero nel senso di ritardare anzichè velocizzare il processo di adeguamento della classe politica alla complessità della società e sarebbere destinati a fallire più o meno rapidamente, oltre che essere facilemte soggetti al fenomeno, devastante dal punto di vista dell'immagine del paese, del contro-contro esodo.
In altre parole, il futuro sviluppo della società potrebbe essere aiutato dal fatto che il lento progresso della classe politica sia coadiuvato da un più rapido declino iniziale della società e quindi della complessità dei problemi da affrontare, in attesa che il raggiungimento del punto di equilibrio faccia scattare un processo virtuoso di crescita interna e attrattività verso l'esterno altrimenti destinato ad allontanarsi sempre di più nel tempo.
martedì 30 aprile 2013
Moneta e ottimizzazione dinamica
L'ottimizzazione dinamica come evoluzione dell'ottimizzazione statica, idealmente nel continuo temporale o in un orizzonte temporale non finito, intende portare maggiore realismo e potenza di analisi alla teoria economica, spesso accusata di partire da presupposti talmente semplificati da rendere i risultati dell'analisi totalmente irrealistici.
In parole povere penso di poter dire che la massimizzazione del profitto è un obiettivo di ottimizzazione statica, mentre il perseguimento di un profitto sostenibile è un problema di ottimizzazione dinamica (mi rendo conto che questo esempio costituisce di per se stesso un giudizio di valore).
In parole povere penso di poter dire che la massimizzazione del profitto è un obiettivo di ottimizzazione statica, mentre il perseguimento di un profitto sostenibile è un problema di ottimizzazione dinamica (mi rendo conto che questo esempio costituisce di per se stesso un giudizio di valore).
La moneta potrebbe essere vista come una grandezza economica particolarmente adatta ad essere studiata e gestita in termini di ottimizzazione statica. Almeno è quello che sembrano pensare i fautori del fine tuning.
E' ragionevole però pensare che, in un periodo in cui i vincoli politici all'utilizzo della leva monetaria sono particolarmente stringenti, l'ottimizzazione dinamica venga a vedere accresciuta la sua importanza in questo campo, come conseguenza dell'accresciuta rigidità decisionale.
mercoledì 27 marzo 2013
Economia della condivisione
Anche l'Economist si è interessato di recente all'economia della condivisione, segno dell'interesse che sta circondando questa che definerei essenzialmente, ma non solo, una nuova modalità di consumo.
Economia della condivisione e del riutilizzo. Condivisione sembra puntare l'accento sull'aspetto sociale, mentre riutilizzo sull'aspetto strettamente economico, ma quello che mi interessa è valutare questa modalità di consumo (non compro ma prendo a prestito da chi ha una cosa e la utilizza solo per parte del tempo, oppure compro e utilizzo una cosa in modo collettivo; prima di comprare una cosa nuova valuto la possibilità di comprarla o comunque ottenerla da chi la possiede ma non ne ha più bisogno) dal punto di vista della razionalità economica.
La teorizzazione del nostro sistema di produzione e consumo si basa sul fatto che il comportamento degli attori economici sia razionale, ma la realtà mi sembra più contraddittoria.
Mentre è scontato che i produttori adottino tutte le misure per contenere i costi di produzione, cercando di ottenere i fattori di produzione, lavoro compreso, al prezzo più scontato possibile, ai consumatori viene in realtà richiesto, tramite i modelli culturali e la pubblicità, di comportarsi in modo diametralmente opposto, ossia di sprecare il più possibile, di comprare al prezzo più alto possibile.
La situazione attuale sta mettendo in luce come uno dei presupposti dell'economia classica, cioè che il salario dei lavoratori sia tendenzialmente schiacciato al livello di sussistenza, sia drammaticamente verificato. Il trucco, essendoci vincoli alla riduzione dei salari nominali, non è o non è solo nell'aumento dei prezzi, che potrebbe avere controindicazioni. Il trucco è nell'aumentare, nella percezione delle persone, la quantità e la qualità di cose che è necessario consumare.
Di questi tempi si parla spesso di complotti, ma io non credo ai complotti. La complessità e interconnessione del mondo moderno è tale, e la possibilità degli uomini di governarla talmente limitata, che qualsiasi complotto rischierebbe di scoppiare in mano in primo luogo a chi lo ordisce. Ma se c'è un "complotto" che si realizza ogni giorno nella nostra società è quello di convincere i consumatori (cioè tutti, anche i produttori quando sono in veste di consumatori) a comportarsi in modo economicamente irrazionale, cioè a perseguire lo spreco, ad ottenere i loro "fattori della produzione" al prezzo più alto e alle condizioni più svantaggiose.
Il consumatore che agisce in modo economicamente razionale assume un potere immenso, se moltiplicato per il numero di potenziali consumatori. Potere in grado di scardinare qualsiasi complotto, vero o presunto.
Il rovescio della medaglia è che non sono sicuro, e credo che nessuno possa esserlo, se l'attuale sistema produttivo e sociale possa migrare, senza collassi drammatici e tragici scossoni, da un'economia basata sull'irrazionalità dei consumatori e sull'accumulazione dei produttori ad un'economia della condivisione basata su razionalità dei consumatori e accumulazione ridotta ma diffusa.
Se la risposta è negativa, allora l'appello all'irrazionalità dei consumatori più che un complotto potrebbe essere la disperata speranza di allontanare il più possibile il momento in cui potrebbe venire drammaticamente a galla l'intrinseca irrazionalità del sistema.
L'immagine è tratta dal sito "Canova a cinque stelle" e si trova al link http://m5scanosa.it/index.php?d=05&m=11&y=12.
Economia della condivisione e del riutilizzo. Condivisione sembra puntare l'accento sull'aspetto sociale, mentre riutilizzo sull'aspetto strettamente economico, ma quello che mi interessa è valutare questa modalità di consumo (non compro ma prendo a prestito da chi ha una cosa e la utilizza solo per parte del tempo, oppure compro e utilizzo una cosa in modo collettivo; prima di comprare una cosa nuova valuto la possibilità di comprarla o comunque ottenerla da chi la possiede ma non ne ha più bisogno) dal punto di vista della razionalità economica.
La teorizzazione del nostro sistema di produzione e consumo si basa sul fatto che il comportamento degli attori economici sia razionale, ma la realtà mi sembra più contraddittoria.
Mentre è scontato che i produttori adottino tutte le misure per contenere i costi di produzione, cercando di ottenere i fattori di produzione, lavoro compreso, al prezzo più scontato possibile, ai consumatori viene in realtà richiesto, tramite i modelli culturali e la pubblicità, di comportarsi in modo diametralmente opposto, ossia di sprecare il più possibile, di comprare al prezzo più alto possibile.
La situazione attuale sta mettendo in luce come uno dei presupposti dell'economia classica, cioè che il salario dei lavoratori sia tendenzialmente schiacciato al livello di sussistenza, sia drammaticamente verificato. Il trucco, essendoci vincoli alla riduzione dei salari nominali, non è o non è solo nell'aumento dei prezzi, che potrebbe avere controindicazioni. Il trucco è nell'aumentare, nella percezione delle persone, la quantità e la qualità di cose che è necessario consumare.
Di questi tempi si parla spesso di complotti, ma io non credo ai complotti. La complessità e interconnessione del mondo moderno è tale, e la possibilità degli uomini di governarla talmente limitata, che qualsiasi complotto rischierebbe di scoppiare in mano in primo luogo a chi lo ordisce. Ma se c'è un "complotto" che si realizza ogni giorno nella nostra società è quello di convincere i consumatori (cioè tutti, anche i produttori quando sono in veste di consumatori) a comportarsi in modo economicamente irrazionale, cioè a perseguire lo spreco, ad ottenere i loro "fattori della produzione" al prezzo più alto e alle condizioni più svantaggiose.
Il consumatore che agisce in modo economicamente razionale assume un potere immenso, se moltiplicato per il numero di potenziali consumatori. Potere in grado di scardinare qualsiasi complotto, vero o presunto.
Il rovescio della medaglia è che non sono sicuro, e credo che nessuno possa esserlo, se l'attuale sistema produttivo e sociale possa migrare, senza collassi drammatici e tragici scossoni, da un'economia basata sull'irrazionalità dei consumatori e sull'accumulazione dei produttori ad un'economia della condivisione basata su razionalità dei consumatori e accumulazione ridotta ma diffusa.
Se la risposta è negativa, allora l'appello all'irrazionalità dei consumatori più che un complotto potrebbe essere la disperata speranza di allontanare il più possibile il momento in cui potrebbe venire drammaticamente a galla l'intrinseca irrazionalità del sistema.
L'immagine è tratta dal sito "Canova a cinque stelle" e si trova al link http://m5scanosa.it/index.php?d=05&m=11&y=12.
venerdì 8 marzo 2013
Tranquilli, i mercati sono tranquilli
Questa mattina sulla radio del Sole 24 Ore ho ascoltato un commentatore constatare, con un certo compiacimento, che, nonostante la situazione politica post-elezioni in Italia sia nel caos più totale e che la prospettiva di un Governo limitato all'ordinaria amministrazione sia al momento indefinita in termini temporali, i mercati finanziari appaiono tranquilli, quasi disinteressati, e lo spread tra i tassi dei bonds italiani e tedeschi si mantenga a livelli non di emergenza.
Questa mi sembra una non-notizia. Non vedo cosa ci sia da stupirsi se i mercati finanziari sono tranquilli sino a quando c'è un governo debole. Secondo il mio punto di vista, i mercati finanziari, caso mai, temono i governi forti, non i governi deboli. I governi forti, se prendono iniziative, le prendono contro i mercati finanziari. Un governo che vuole fare qualcosa a favore dei mercati finanziari deve limitarsi a non fare niente, ma questo è in grado di farlo anche, anzi ancora meglio, un governo debole.
Chi si preoccupa del livello di occupazione in una fase di recessione ha più motivo di preoccuparsi per un governo debole. Qui non funziona allo stesso modo. O almeno non nel breve periodo. Certo, il governo potrebbe limitarsi a ridurre il livello di controllo sull'attività economica e magari le tasse, in modo che la compressione del costo del lavoro complessivo reindirizzi in modo positivo la compressione dei consumi nel senso dell'aumento delle esportazioni sui mercati esterni e degli investimenti sul mercato interno, in modo da arrivare, nel tempo, a maggiore occupazione rispetto al punto di partenza.
Ma chi non ha lavoro oggi ha bisogno di una risposta subito, non in tempi misurabili in ere geologiche e con qualche guerra sociale di mezzo. Per questo sarebbe più tranquillo con un governo forte (con i forti, non con i deboli), almeno ci sarebbe una certa percentuale di possibilità di cambiamento.
Per questo il fatto che i mercati finanziari sianto tranquilli mi sembra una ben magra consolazione. A meno di pensare che quello che conti sia l'economia finanziaria mentre l'economia reale sia un retaggio del passato da dimenticare al più presto.
Questa mi sembra una non-notizia. Non vedo cosa ci sia da stupirsi se i mercati finanziari sono tranquilli sino a quando c'è un governo debole. Secondo il mio punto di vista, i mercati finanziari, caso mai, temono i governi forti, non i governi deboli. I governi forti, se prendono iniziative, le prendono contro i mercati finanziari. Un governo che vuole fare qualcosa a favore dei mercati finanziari deve limitarsi a non fare niente, ma questo è in grado di farlo anche, anzi ancora meglio, un governo debole.
Chi si preoccupa del livello di occupazione in una fase di recessione ha più motivo di preoccuparsi per un governo debole. Qui non funziona allo stesso modo. O almeno non nel breve periodo. Certo, il governo potrebbe limitarsi a ridurre il livello di controllo sull'attività economica e magari le tasse, in modo che la compressione del costo del lavoro complessivo reindirizzi in modo positivo la compressione dei consumi nel senso dell'aumento delle esportazioni sui mercati esterni e degli investimenti sul mercato interno, in modo da arrivare, nel tempo, a maggiore occupazione rispetto al punto di partenza.
Ma chi non ha lavoro oggi ha bisogno di una risposta subito, non in tempi misurabili in ere geologiche e con qualche guerra sociale di mezzo. Per questo sarebbe più tranquillo con un governo forte (con i forti, non con i deboli), almeno ci sarebbe una certa percentuale di possibilità di cambiamento.
Per questo il fatto che i mercati finanziari sianto tranquilli mi sembra una ben magra consolazione. A meno di pensare che quello che conti sia l'economia finanziaria mentre l'economia reale sia un retaggio del passato da dimenticare al più presto.
mercoledì 26 dicembre 2012
Chi non si è scottato non ha paura neanche dell'acqua bollente
From My Recession Chronicles Page
Qualche giorno fa ho partecipato ad uno scambio di commenti su un social network tra fautori e denigratori della moneta elettronica.
Sono stato colpito dal fatto che, tra le tante ragioni pro e contro, nessuno si è chiesto cosa succederebbe se cercasse di prelevare al bancomat o pagare con una carta e non gli fosse possibile perché durante la notte la banca ha fatto default o perché è stato deciso di passare d'autorità da una moneta forte ad una moneta debole.
Probabilmente questo dipende dal fatto che non ci è mai successo e non siamo abituati a pensare in questi termini. Probabilmente un dibattito tra Islandesi o tra correntisti della Northern Rock Bank avrebbe portato a risultati diversi.
Allora io mi sono chiesto: "Ma cosa so della moneta, di cosa è, di come funziona?" ovviamente la risposta è stata scoraggiante, d'altra parte credo che sia un fenomeno così complesso che non basta certo pensarci ogni tanto a tempo perso per poter parlarne a proposito.
Nello scambio di commenti ho preso le parti di chi metteva in guardia contro l'abbandono del contante, non perché possa dare certezze in merito, ma perché questo mi ha permesso di mettere "in linea" quei pochi concetti che conosco sulla moneta, per lo più derivanti dalle nozioni di base imparate all'Università.
Probabilmente le mie "conclusioni" possono essere smontate in due secondi da chiunque si occupi di moneta in modo anche vagamente professionale, ma riporto di seguito i miei commenti per averli a portata di mano, poterci pensare sopra e dare un seguito alle mie Cronache della Recessione.
Ecco i commenti di seguito. Ovviamente sono espressione di quello che penso in generale degli avvenimenti di questi ultimi anni, ma non sono frutto di un'analisi critica e documentata ma solo della volontà di sostenere una discussione per vedere dove avrebbe portato.
"Non sottovaluterei troppo l'idea che diminuire l'utilizzo del contante aumenti il potere delle banche.
Qualche giorno fa ho partecipato ad uno scambio di commenti su un social network tra fautori e denigratori della moneta elettronica.
Sono stato colpito dal fatto che, tra le tante ragioni pro e contro, nessuno si è chiesto cosa succederebbe se cercasse di prelevare al bancomat o pagare con una carta e non gli fosse possibile perché durante la notte la banca ha fatto default o perché è stato deciso di passare d'autorità da una moneta forte ad una moneta debole.
Probabilmente questo dipende dal fatto che non ci è mai successo e non siamo abituati a pensare in questi termini. Probabilmente un dibattito tra Islandesi o tra correntisti della Northern Rock Bank avrebbe portato a risultati diversi.
Allora io mi sono chiesto: "Ma cosa so della moneta, di cosa è, di come funziona?" ovviamente la risposta è stata scoraggiante, d'altra parte credo che sia un fenomeno così complesso che non basta certo pensarci ogni tanto a tempo perso per poter parlarne a proposito.
Nello scambio di commenti ho preso le parti di chi metteva in guardia contro l'abbandono del contante, non perché possa dare certezze in merito, ma perché questo mi ha permesso di mettere "in linea" quei pochi concetti che conosco sulla moneta, per lo più derivanti dalle nozioni di base imparate all'Università.
Probabilmente le mie "conclusioni" possono essere smontate in due secondi da chiunque si occupi di moneta in modo anche vagamente professionale, ma riporto di seguito i miei commenti per averli a portata di mano, poterci pensare sopra e dare un seguito alle mie Cronache della Recessione.
Ecco i commenti di seguito. Ovviamente sono espressione di quello che penso in generale degli avvenimenti di questi ultimi anni, ma non sono frutto di un'analisi critica e documentata ma solo della volontà di sostenere una discussione per vedere dove avrebbe portato.
"Non sottovaluterei troppo l'idea che diminuire l'utilizzo del contante aumenti il potere delle banche.
Il fatto che la crescita dell'intermediazione bancaria
aumenti il potere economico delle banche è nei fatti.
Ma aumenta anche il potere di pressione per vari
motivi.
Prima di tutto le banche spingerebbero per abbassare
ancora di più la riserva di liquidità, e sarebbe difficile dargli torto, se
dovesse crollare il prelievo medio di contanti da parte dei depositanti. Questo
va nel senso di maggiore instabilità e maggiori rischi di azzardo morale in
caso di crisi bancarie.
Poi le banche avrebbero maggiore potere di pressione
in caso che una crisi si verificasse nei fatti. Quando i depositanti della
Northern Rock Bank sono andati al bancomat e non hanno potuto ritirare neanche
un penny, la decisione del governo inglese di salvare la banca (non certo una
delle più importanti) è stata praticamente immediata.
In una economia, magari più arretrata, ma con più
presenza di contante, si sarebbe magari potuto pensare di avviare una procedura
fallimentare, ovviamente con tutte le cautele del caso. Inutile dire quanto sia
più salutare per l'economia nel medio periodo che una banca decotta fallisca
piuttosto che venga salvata a spese dei contribuenti. Ma senza contanti che
girano non si potrebbe far fallire neanche la banca di Zio Paperino.
Io non ho niente contro le banche né contro la moneta
elettronica che utilizzo ampiamente.
Ma i banchieri sanno fare un solo mestiere, che è quello
di fare profitto arbitrando sui differenziali dei tassi di interesse. I
banchieri non sanno fare politica monetaria, non è il loro mestiere. I
banchieri centrali sanno fare politica monetaria ma non dovrebbero farla. E' la
politica che ha abdicato al suo compito di fare politica monetaria lasciandola
fare ai banchieri.
Mi sembra normale che le decisioni sulla moneta che,
prima dell'avvento dell'Euro, era forse l'elemento costitutivo più
caratterizzante dell'entità nazionale, dovrebbero uscire dai luoghi della
gestione e della tecnica e rientrare nei luoghi della democrazia
rappresentativa.
Quindi credo che se ne possa almeno parlare, senza
dare troppe cose per scontato, né da una parte né dall'altra."
"Hai certamente ragione, e
sicuramente la variazione della riserva obbligatoria è il modo più efficiente
ed evoluto di regolare l'offerta di moneta.
Ma quello che voglio dire è che non bisognerebbe
sottovalutare il ruolo del circolante nel fare da ammortizzatore
"automatico" delle oscillazioni congiunturali o traumatiche
dell'offerta di moneta scritturale. In modo automatico nel senso che non c'è
bisogno di una decisione d'autorità che comunque ha bisogno di un tempo, anche
minimo, per sortire i suoi effetti.
Credo che se nessuno stato al mondo ha ancora
rinunciato al contante sia perché il potere politico (che ripeto non bisogna
MAI sottovalutare) ha ben presente questo aspetto.
E' vero che i depositi sono protetti, ma non c'è un
funzionario del governo davanti al bancomat pronto a darmi i soldi se vado a
prelevare e la macchina mi dice "Sorry out of service".
Sono convinto che fino al 2007 la propensione degli
Islandesi a detenere contante fosse prossima allo zero. Sarei curioso di
verificare se questa propensione è cambiata o meno dopo il 2007.
A volte ho paura di dare l'impressione di voler
trollare. Ma in tutta sincerità voglio solo portare nel dibattito un elemento
che mi sembra sia stato trascurato."
"Forse io parto da un presupposto
sbagliato, cioè che le banche siano organizzazioni private che hanno come scopo
il profitto e il valore per gli azionisti.
In quanto tali non credo si pongano un limite alla
raccolta di denaro o all'utilizzo dello stesso, dal momento in cui siamo in un
sistema aperto e non esiste solo il mercato interno ma anche, ad esempio, il
mercato internazionale delle valute di riserva.
Può sembrare poco comprensibile, ma credo che il
denaro "bruci" letteralmente nelle mani di una banca che punta
ciecamente alla massimizzazione del profitto e del valore per gli azionisti. E
dico ciecamente senza nessun intento polemico. Le banche nel nostro sistema
hanno il compito che gli squali hanno nell'oceano, senza voler dare alcuna
connotazione di carattere morale. Ogni euro per ogni secondo che resta nelle
casse è profitto perso. Ed è sacrosanto che sia cosi, sono altre le forze del
mercato e della società che devono controbilanciare il ruolo degli
"squali" per arrivare all'equilibrio ecologico.
Per quanto riguarda l'abbassamento della riserva di
liquidità, posso avere informazioni non aggiornate, ma mi sembra che sia la
banca centrale ad avere questa eventuale competenza.
Il fatto che la banca centrale abbia in gran parte
come azionisti le banche ordinarie può determinare un possibile elemento di
influenza per arrivare a dire, senz'altro con una forzatura, che "le
banche" possano abbassare la riserva di liquidità."
"Anche qui posso sbagliarmi,
ovviamente, ma io considero la riserva di liquidità essenzialmente una stima di
quante persone possano richiedere di convertire i loro depositi in contanti in
un determinato periodo di tempo. E' qui che vedo la relazione."
"Hai toccato un punto cruciale, il
problema è proprio che le banche NON falliscono. Se le banche potessero
fallire, gli equilibri di mercato farebbero sparire la distinzione tra
circolante e moneta bancaria (M1 ed M3 per dirla in termini di economia
monetaria) e TUTTO il mio discorso non avrebbe alcun senso.
Questo è il problema del moral hazard (azzardo morale)
che ritengo sia stato alla base della crisi del 2008, insieme alla rottura
della correlazione tra rendimento e rischio resa possibile dall'ingegneria
finanziaria.
L'azzardo morale si verifica nel momento in cui è
possibile privatizzare i profitti e socializzare le perdite, cosa che si
verifica quando le banche non possono fallire, salvo pochissime eccezioni (too
big to fail, ma ormai direi "not small enough to fail").
Il mio discorso si basa su due punti. Primo,
considerare il mondo per come è e non per come dovrebbe essere. Secondo, il
fatto che il denaro (di carta o virtuale) non si può considerare una merce come
tutte le altre, anche se questo può portare un certo scompiglio nelle visioni
di un economista liberale puro, con tutto il rispetto per gli economisti
liberali puri."
"Non posso certamente darti
torto. E la presenza di contante nell'economia va nel senso di diminuire il
rischio di collasso non di aumentarlo. Ma il contante per esistere deve essere
utilizzato, altrimenti sarebbe una forzatura artificiale.
Mi permetto però di aggiungere che il fatto che le
banche non possano fallire, a mio parere, non è una verità eterna, ma un
risultato dell'eccesso di bancarizzazione dell'economia. In passato le banche
fallivano, eccome, o meglio venivano messe in liquidazione coatta
amministrativa.
La tecnica che ha utilizzato il Presidente Draghi per
dare ossigeno ai bilanci delle banche (NON alla liquidità del sistema), cioè
prestare denaro all'1% di interesse in cambio della garanzia rappresentata da
titoli pubblici che rendono almeno il 4-5% è la stessa tecnica che veniva usata
negli anni 70 per permettere a banche in salute di assorbire attivi e passivi
di banche decotte senza pregiudicare i bilanci per tot anni a venire.
Il fatto che questa tecnica venisse utilizzata una
volta nell'interesse finale dei risparmiatori, mentre ora viene usata
nell'interesse indiscriminato di tutte le banche, non mi sembra un evoluzione
positiva nell'attività di controllo e direzione bancaria."giovedì 22 novembre 2012
Attenti alle truffe sugli affitti. Google Images può aiutare
I siti Internet di annunci sono pieni di tentativi di truffe. Si propone l'"affitto" di appartamenti inesistenti per incassare un anticipo e sparire.
La maggior parte delle volte l'avvio della trattativa è talmente improponibile (classico esempio: il proprietario è all'estero e non può venire in Italia) che è facile accorgersi della truffa, ma comunque si perde tempo prezioso e si resta delusi.
C'è una nuova funzionalità di Google Immagini che offre la possibilità di un controllo preventivo sulle inserzioni.
Ad esempio, questo appartamento:
è stato pubblicizzato su un sito come "Bilocale, Via San Nazaro, Verona, e offerto in affitto a 310 euro mensili (prezzo decisamente basso per la città in questione, già questo dovrebbe far sospettare)
Ho aperto Google Immagini, ho cliccato sulla piccola macchina fotografica a destra nella finestra di ricerca ed ho caricato la foto con l'apposita funzionalità:
Internet può essere un ottimo strumento per perpretare truffe ma probabilmente è uno strumento ancora migliore per smascherarle.
La maggior parte delle volte l'avvio della trattativa è talmente improponibile (classico esempio: il proprietario è all'estero e non può venire in Italia) che è facile accorgersi della truffa, ma comunque si perde tempo prezioso e si resta delusi.
C'è una nuova funzionalità di Google Immagini che offre la possibilità di un controllo preventivo sulle inserzioni.
Ad esempio, questo appartamento:
è stato pubblicizzato su un sito come "Bilocale, Via San Nazaro, Verona, e offerto in affitto a 310 euro mensili (prezzo decisamente basso per la città in questione, già questo dovrebbe far sospettare)
Ho aperto Google Immagini, ho cliccato sulla piccola macchina fotografica a destra nella finestra di ricerca ed ho caricato la foto con l'apposita funzionalità:
e, sorpresa, ecco i risultati:
l'appartamento in realtà si trova a Ferrara e viene messo in vendita da una agenzia immobiliare appartenente ad una nota rete.
Internet può essere un ottimo strumento per perpretare truffe ma probabilmente è uno strumento ancora migliore per smascherarle.
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